lunedì 6 ottobre 2014

Intervista a Laura Pellegrini, autrice del romanzo Tempo Imperfetto.

Ciao Laura, parlaci un po' di te.

Sono nata un giorno di inverno nel 1977 e forse proprio per questo adoro il freddo pungente e le mattine di gennaio.
All’età di sei anni, osservando una ragazza che dipingeva una tela con delle tempere, rimasi folgorata tanto da correre da mia madre per comunicarle cosa avrei fatto nella vita. Mia madre, dal canto suo, non si sorprese affatto, poiché lei stessa, lavorando nel mondo dell’arte mi portava con sé nei musei. Il mio gioco preferito, infatti era quello di correre nei lunghi corridoi pieni di quadri e giocare a nascondino con i restauratori. Ho studiato arte sia a liceo che all’università, ma benché me la cavassi abbastanza bene, non sono diventata un’artista.
Non mi sono mai specializzata in un linguaggio ben preciso. Ho sempre lasciato che i miei pensieri si esprimessero attraverso strumenti diversi, come la fotografia, la decorazione e la scrittura. Tra tutte però, scrivere mi ha sempre dato maggior soddisfazione.

Come è nata la tua passione per la scrittura?

Sin da ragazzina ho sempre letto molto, ma la  mia vera passione sono sempre state le poesie, che ho iniziato a scrivere in età più adulta. Ciò che amo della scrittura è l’opportunità che mi da di entrare in contatto con me stessa, molto più di altri linguaggi artistici. Scrivo, perché nella vita caotica che ognuno di noi è costretto a vivere, facilmente ci si perde per strada e non ci si ascolta più. Io mi sento, mi analizzo, riscopro me stessa e i miei desideri attraverso le parole ed un foglio bianco. Quindi, forse il mio è più un bisogno che una passione, una necessità per non rimanere anestetizzata.


Sei al tuo primo Romanzo, una storia molto delicata e originale. Come è nato questo romanzo?

E’ nato per caso e per gioco. Un giorno ascoltavo le vicissitudine amorose di una mia amica ed ad un tratto mi sono detta che poteva esserci del materiale per buttare giù un romanzo. In realtà non avrei mai creduto di riuscire a scriverlo, ma è nato da solo, capitolo per capitolo, quasi senza sforzo. Tempo Imperfetto trae spunto da una storia vera, dalla quale però mi sono discostata quasi subito.

Che sensazioni hai provato durante la stesura del romanzo?

Scriverlo mi ha trasmesso inequivocabilmente buon umore, sempre. Mi sono divertita da matti a snocciolare i vari eventi e a dare personalità ai personaggi.

Nel romanzo c'è l'anteprima del seguito di Tempo Imperfetto, come procede la stesura? Lo pubblicherai presto?

L’epilogo della storia avverrà in Tempo Inverso. Sono a buon punto nella stesura anche se ci sono ancora alcune parti che avranno bisogno di una rilettura più approfondita. Conto di pubblicarlo tra qualche mese.

Cosa ti aspetti da questa pubblicazione?

Onestamente, essendo nato tutto per gioco, non ho grandi aspettative. La scelta di pubblicare questo romanzo è nata soprattutto dalla voglia di non lasciarlo chiuso dentro un cassetto, come tutte le poesie che ho scritto. Ho creduto che potesse in qualche modo essere interessante e decisamente più fruibile rispetto alla poesia, ma l’ho pubblicato senza aspettarmi nulla. Probabilmente si perderà nei labirinti di internet, ma almeno non è solo una cartella sul desktop del mio computer.

Progetti futuri?

Ho tante idee. Intanto vorrei scrivere un terzo romanzo, che ogni giorno che passa, prende sempre più corpo nella mia mente. Sarà una storia completamente diversa dai primi due e proprio per questo non vedo l’ora di iniziare. Poi dei racconti e, chissà, magari un quarto romanzo.

Regalaci un estratto che ti sta più a cuore.


“Come mai sei qui? Voglio dire, è venerdì e al pub di solito c'è il pienone” disse lei per distrarsi.
“C'è Diego e poi ho deciso di prendere del tempo per me.”
“Non lo avevi mai fatto prima.”
“Nella vita le cose cambiano” rispose lui guardandola negli occhi.
“Già, le cose cambiano sempre.”
Lo osservò di sottecchi mentre lui era impegnato a cercare Andrea tra la folla, chiedendosi se il proprio allontanamento, poteva aver influito in qualche modo in quei cambiamenti ma probabilmente non era così. Marco non era il tipo da farsi travolgere dagli eventi. Lui era come la roccia nella corrente del fiume, stabile, solido ed inamovibile. Osservava la gente distrattamente, bevendo di tanto in tanto dalla bottiglia con quel modo sicuro di chi sa ciò che vuole e di chi sa ciò che è. Lei invece non sapeva più darsi una collocazione nemmeno nel misero mondo che la circondava. Era la foglia, che sospinta dal vento, si posa dove il caso decide.
“Ora sei tu che mi guardi strano” disse Marco con un mezzo sorriso.
“Io non ti giudico però.”
“Nemmeno io.”
“Si invece.”
“Di solito sei tu quella che salti alle conclusioni, proprio come in questo caso.”
Si guardarono a lungo senza parlare.
“Mi dispiace” disse poi lei rompendo quel silenzio.
“Lo hai già detto.”
“A volte mi piace ripetermi.”
“Scuse accettate.”
“Significa che non sono più snob?”
“Quello lo sei sempre ma in fondo è una delle cose che mi piace di te” disse lui, guardando verso la riva del mare.
“Eccoli li” esclamò poi, cambiando discorso.
“Chi?”
“Andrea e Martina. Sono laggiù sulla riva” disse, allungando un braccio verso la loro direzione.
“Non li vedo.”
“Proprio lì, accanto a quel pattino.”
Si accostò a lei. Flavia si appoggiò alla sua spalla per seguire la direzione del braccio allungato in avanti.
“Li ho visti” disse piano senza scostarsi.
Abbassando il braccio Marco si voltò. Lei rimase a guardarlo, sentendo il suo respiro sul proprio viso. In quel momento desiderò baciarlo con tutta sé stessa, ma rimase lì, intorpidita dal calore magnifico che il suo corpo emanava e che le penetrava nella pelle, scaldandole quel pezzo di cuore che David aveva brutalmente congelato. Lui avrebbe potuto essere la sicurezza che le serviva, il centro in un mondo ormai capovolto. Avrebbe potuto essere la cura per quel dolore devastante, il rifugio sicuro dove potersi nascondere ma ciò avrebbe comportato mentirgli.
Si allontanò da lui lentamente con gli occhi fissi su un punto lontano, sforzandosi di non parlare e di non guardarlo. Non avrebbe sopportato vedere di nuovo nei suoi occhi l'ennesima delusione.
“Si è fatto tardi, io me ne vado” disse lui come leggendole nel pensiero.
“Va bene.”
“Cosa pensi di fare?”
“Chiamerò un taxi.”
“Se vuoi ti accompagno.”
“No, non ti preoccupare, poi sei in moto e io non ho il casco.”
“Il proprietario del bar è un mio amico motociclista. Non avrà problemi a prestartene uno.”
“Non voglio disturbarti, Marco.”
Lui sospirò.
“Fai come credi. Buona notte, Flavia.”
Si alzò, incamminandosi verso la strada a passi sicuri senza voltarsi.
Lo vide attraversare, prendere le chiavi ed inchinarsi per togliere il blocca ruota. Si girò verso la spiaggia. Martina, in lontananza, era abbracciata ad Andrea e tutto faceva presagire all’inizio di una storia. Un sorriso le curvò le labbra all’insù. Era felice per lei, senza alcuna invidia, anche se nel profondo desiderò provare la stessa spensieratezza. Alle sue spalle sentì il motore della moto di Marco sgassare. Si girò di scatto serrando i pugni. Lo vide salire in sella e tirare fuori dalla tasca il telefono. Scrisse qualcosa e lo ripose. Poco dopo sentì squillare il proprio cellulare. Sullo schermo un messaggio lampeggiava . Lo aprì.
Marco - Hai due minuti per pensarci dopo di che me ne andrò.
Sorrise. Le venne in mente il giorno alla piazzola di sosta e alla giornata che si sarebbe persa se non fosse salita in moto dietro di lui. Scrisse di getto.
Flavia - Ci ho pensato.
Marco - Bene perchè ti sono rimasti solo cinquanta secondi.
Flavia - Il taxi non fa per me.
Marco - Non ne dubitavo.
Flavia - C’è un “ma”.
Marco - Quale?
Flavia - Non portarmi a casa.
Lo vide voltarsi verso di lei da lontano. Il casco sul serbatoio, i gomiti poggiati sopra, le gambe divaricate ed il vento che gli scompigliava i capelli. Era bello da morire e la guardava. Si chiese come fosse possibile che due uomini con Marco e David, così diversi tra di loro, provassero entrambi interesse nei propri confronti. Si sistemo la maglietta e lentamente cominciò ad avvicinarsi a lui. Marco la fissava con uno sguardo che lasciava poco ad intendere. Lesse nei suoi occhi ardore misto a tenerezza. Quando fu di fronte a lui, gli sfiorò la gamba con una mano. Lui socchiuse leggermente gli occhi e schiarendosi la voce disse,
“E dove vorresti andare?”
“Ovunque” rispose Flavia di getto.
A lei bastava abbracciarlo, respirare il suo profumo e scaldarsi con il suo calore come fosse una lucertola affamata di sole, affamata di lui. Gli toccò nuovamente la gamba con un dito e lui abbassò gli occhi per seguire quel movimento in apparenza involontario.
“Sempre se non sei stanco” disse poi lei.
Lui non rispose. Mise il cavalletto e scese dalla moto. Si avvicinò a grandi falcate al bar, parlottò con un ragazzo un grassoccio e tornò in dietro con un casco.
“Tieni” disse “e per la cronaca, io non sono stanco.”




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